Il voto antisistema di Marco Rizzo: La separazione delle carriere è la vera difesa popolare

Il 'Sì' che spiazza la sinistra: Marco Rizzo e Antonio Di Pietro uniti per separare le carriere

Massimiliano Musolino
18/11/2025
Attualità
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La decisione di Marco Rizzo, leader di Democrazia Sovrana Popolare (DSP), di schierarsi per il al Referendum Costituzionale sulla magistratura (riforma promossa dal Governo Meloni) è un atto politico che va ben oltre i confini degli schieramenti. Non si tratta affatto di un'adesione al centrodestra, ma di una mossa che affonda le radici in una critica ideologica profonda e di lunga data al potere esercitato da una parte della magistratura. Una posizione, peraltro, che trova un inatteso alleato nell’ex magistrato simbolo di Tangentopoli, Antonio Di Pietro, anch'egli schierato per il Sì, a conferma che il tema travalica le etichette politiche.

Il voto di Rizzo non è dettato da una contingente convenienza politica, ma da una coerenza storica. Da tempo, Rizzo e DSP denunciano quello che definiscono l'eccessivo peso politico di alcune correnti della magistratura, le quali, a loro avviso, hanno operato come un vero e proprio "partito" autonomo, finendo per interferire in modo distorto con le dinamiche democratiche e la volontà popolare. Il nodo cruciale per Rizzo è la separazione delle carriere tra i giudici (che giudicano) e i pubblici ministeri (che accusano). Nel sistema attuale, giudici e PM sono intercambiabili e legati dalle stesse logiche correntizie. Questa promiscuità, secondo l'analisi di DSP, rischia di minare l'imparzialità e l'indipendenza necessarie a garantire un giusto processo. Il Giudice, se sa che domani potrebbe essere il PM o viceversa, può non essere percepito come totalmente neutrale. Il "Sì" di Rizzo è, quindi, una difesa della Sovranità Popolare e del corretto equilibrio tra i poteri dello Stato.

Il fatto che un'icona dell'antimafia e della lotta alla corruzione come Antonio Di Pietro sostenga il Sì alla riforma offre una chiave di lettura fondamentale: questa battaglia non è monopolio di uno schieramento. Di Pietro, conoscitore profondo del sistema giudiziario dall'interno, vede nella separazione delle carriere un elemento di garanzia e di maggiore efficienza. Il sostegno trasversale alla riforma, che vede uniti nell'obiettivo finale Rizzo e Di Pietro, espone in modo lampante il presunto disorientamento di gran parte della Sinistra istituzionale (PD, M5S, Sinistra Italiana). Mentre personalità provenienti da contesti politici opposti scelgono di concentrarsi sul merito della separazione delle carriere e sulla necessità di riformare un sistema giudiziario spesso percepito come autoreferenziale, questi partiti sembrano aver deviato il fuoco del dibattito. Da settimane, infatti, la loro attenzione sembra ossessivamente focalizzata su un rituale ideologico di distrazione: il coro politico “chi non salta comunista è", intonato durante un comizio del centrodestra a Napoli. Questo episodio, pur avendo generato polemiche, è stato elevato a tema centrale, consumando tempo e spazio mediatico.

Il risultato, secondo l'analisi di DSP, è che si rinuncia a discutere seriamente le implicazioni costituzionali e pratiche della riforma. La Sinistra istituzionale, prigioniera di un atteggiamento di critica pregiudiziale all'iniziativa del Governo e concentrata su uno slogan da stadio, sta, di fatto, rinunciando a un’opportunità storica per contribuire a una giustizia percepita come più neutrale, imparziale e trasparente per tutti i cittadini.  In quest'ottica, il voto di Marco Rizzo non è affatto un'approvazione del Governo che ha proposto la riforma, ma un giudizio politico di merito sulla singola questione, rappresentando un richiamo al primato del contenuto sulla mera tattica politica. L'obiettivo è colpire un potere interno allo Stato, quello giudiziario, che troppo spesso è stato percepito come in grado di indirizzare la politica in modi non sanciti dalle urne. Votando "Sì", Marco Rizzo e Democrazia Sovrana Popolare mirano a riaffermare la supremazia della Legge e della Costituzione sui giochi di potere interni, garantendo che la toga rimanga nel suo recinto, al servizio esclusivo della Nazione e della trasparenza.

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