Ettore Lembo ospite di Virgilio Violo Free Lance International Press

L’intervista ad Ettore Lembo non è solo un contributo al dibattito sulla libertà di stampa: è, di fatto, un capitolo vivente di “Ne uccideva più la penna che la spada”,il libro che Lembo ha scritto insieme a C.Faletti

Josef Nardone
18/11/2025
Attualità
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Ettore Lembo ospite di Virgilio Violo Free Lance International Press.

L’intervista ad Ettore Lembo non è solo un contributo al dibattito sulla libertà di stampa: è, di fatto, un capitolo vivente di “Ne uccideva più la penna che la spada”, il libro che Lembo ha scritto insieme a Corrado Faletti e ad altri coautori come manifesto di un giornalismo etico, consapevole e pedagogico.

Ettore Lembo è un giornalista che unisce al rigore dell’inchiesta la profondità dello studioso.

La sua scrittura nasce sempre da un lavoro metodico sulle fonti, dalla verifica puntuale dei dati e da un uso molto sobrio dell’opinione, che interviene solo dopo che i fatti sono stati ricostruiti e contestualizzati.

Coautore di Ne uccideva più la penna che la spada, Lembo ha fatto della critica alla mala informazione non uno slogan, ma un vero e proprio criterio di lavoro: smontare le narrazioni tossiche, mostrare i non detti, restituire complessità ai fenomeni che il sistema mediatico tende a semplificare in modo aggressivo.

La sua cifra professionale è una combinazione rara di competenza tecnica, sensibilità etica e vocazione educativa: ogni intervento, ogni intervista, ogni analisi è pensata non solo per “informare”, ma per aiutare il lettore a sviluppare strumenti di lettura critica.

In questo senso, Lembo non è semplicemente un commentatore dell’attualità, ma un artigiano della parola che prova, con coerenza, a restituire al giornalismo la sua funzione più alta: formare coscienze, non solo produrre notizie.

Se il libro ragiona in termini teorici e storico-critici sul potere dell’informazione – su come “la penna”, oggi tradotta in algoritmi, feed, titoli e frame narrativi, possa ferire più della “spada” – l’intervista a Lembo mette in scena la prova empirica di quelle tesi: la mala informazione non è un’astrazione, ma un dispositivo concreto che agisce sui corpi, sulle biografie, sulle redazioni, sulle testate.

E una delle vittime/oggetto di resistenza è proprio Betapress.

Dal libro alla realtà: quando la teoria sulla mala informazione incontra il caso Betapress

“Ne uccideva più la penna che la spada” parte da un’intuizione brutale: nella società contemporanea il potere non si esercita principalmente con la forza bruta, ma attraverso il controllo dei racconti, dei significati, delle immagini pubbliche. La mala informazione – categoria centrale nel volume – non coincide semplicemente con la “fake news” in senso grezzo, ma con un sistema più sofisticato di:

selezione sistematica di ciò che è degno o indegno di essere raccontato;

framing deformante, che incornicia i fatti dentro narrazioni preconfezionate;

sovraccarico informativo, che anestetizza la coscienza critica più che stimolarla;

gerarchia implicita delle fonti, che assegna legittimità a priori ad alcune voci e la nega ad altre.

Nell’intervista, Ettore Lembo riprende proprio questo filo: discutendo il caso Betapress, non parla solo di una testata “che ha ricevuto attacchi”, ma mostra come agisce concretamente la mala informazione quando deve neutralizzare un soggetto indipendente.

Il passaggio dal libro al video è evidente:

nel libro, la mala informazione è analizzata come struttura;

nell’intervista, la mala informazione si manifesta come pratica: silenzi, distorsioni, etichettature, delegittimazioni, uso selettivo delle norme e delle procedure.

Betapress, in questo senso, non è solo “una redazione in difficoltà”, ma il caso di studio perfetto per verificare quanto il paradigma teorizzato in “Ne uccideva più la penna che la spada” sia aderente al reale.

Betapress come laboratorio del primo potere: l’informazione che educa (e per questo dà fastidio)

Nel quadro interpretativo del libro, l’informazione non è un settore tra gli altri: è il primo potere che plasma tutti gli altri, perché orienta percezioni, giudizi, immaginario collettivo.

Betapress nasce e si colloca proprio in questa prospettiva: non come semplice “giornale di notizie”, ma come:

spazio di formazione civica, dove l’articolo è anche una micro-lezione di cittadinanza;

luogo di incrocio tra pedagogia, storia, sociologia e cronaca, che rompe la divisione artificiale tra informare ed educare;

laboratorio di autonomia critica, in cui il lettore è chiamato a pensare, non solo a consumare.

È esattamente questo profilo che rende Betapress “scomoda” nei termini descritti dal libro:

Non è addomesticabile
Una testata che si limita a riprodurre la comunicazione istituzionale è, in fondo, prevedibile. Betapress, invece, lavora per mostrare le contraddizioni, per evidenziare ciò che non torna, per far emergere il non detto.

Non dipende da grandi gruppi
L’autonomia economica e strutturale, pur fragile, permette una libertà di tono e di agenda che mal si concilia con l’ecosistema mediatico dominato da interessi intrecciati.

Non rinuncia alla dimensione etica come criterio
“Ne uccideva più la penna che la spada” insiste sul fatto che non esiste neutralità “pura”: ogni scelta redazionale è carica di implicazioni etiche. Betapress assume questo dato fino in fondo, mettendo continuamente al centro il tema della responsabilità verso i lettori, verso i minori, verso la comunità educante.

In questo quadro, gli attacchi alla testata non sono incidenti di percorso, ma effetti collaterali di un sistema che prova a difendersi da chi ne smaschera i meccanismi. L’intervista a Lembo ha il merito di rendere questo evidente, offrendo al pubblico il “dietro le quinte” del lavoro giornalistico indipendente.

La mala informazione come dispositivo: ciò che il libro spiega e l’intervista rende visibile

Uno dei contributi più forti del libro è la concettualizzazione della mala informazione come dispositivo strutturale, non come somma di errori o cattive pratiche individuali. Lembo, nell’intervista, porta questa nozione dentro la cronaca viva.

Possiamo cogliere almeno quattro piani di raccordo tra le pagine del volume e la vicenda Betapress:

La costruzione del “nemico informativo”
Il libro spiega come il sistema mediatico, quando incontra voci non allineate, tende a trasformarle in “corpi estranei”: invece di confrontarsi nel merito, le si colloca in categorie spregiative. Nel caso di Betapress, questo avviene attraverso etichette, sottintesi, narrazioni distorsive che cercano di presentare la testata non come interlocutore critico, ma come soggetto problematico, eccentrico, “da prendere con le pinze”.

L’uso selettivo delle norme
“Ne uccideva più la penna che la spada” mostra come leggi, regolamenti, codici deontologici possano essere utilizzati in modo asimmetrico: tolleranza per gli errori dei grandi, severità massima per i piccoli. L’intervista a Lembo richiama implicitamente questa dinamica: difficoltà burocratiche, interpretazioni rigide, richiami formali, minacce di contenzioso diventano armi amministrative che non puntano a fare giustizia, ma a creare un clima di paura e di stanchezza.

La marginalizzazione per saturazione
Altro tema del libro: la mala informazione non censura sempre in modo diretto, spesso soffoca per rumore. Una testata come Betapress può essere formalmente libera di pubblicare, ma i suoi contenuti vengono resi meno visibili, meno rilanciati, meno citati. L’intervista denuncia, in filigrana, questa forma di oscuramento morbido: la testata esiste, lavora, produce analisi di qualità, ma fatica a trovare spazio nel “flusso legittimato” dei media.

L’attacco alla reputazione come arma principale
Poiché è difficile smentire nel merito un lavoro fondato, si passa a delegittimare la fonte: insinuazioni, attacchi personali, riduzioni caricaturali. Il libro lo descrive; l’intervista lo mostra in azione, con esempi e vissuti concreti.

L’intervista a Ettore Lembo come atto pedagogico: educare a riconoscere la mala informazione

Qui emerge un altro punto di contatto forte con “Ne uccideva più la penna che la spada”: la dimensione pedagogica. Nel libro, Faletti e i coautori sostengono che il giornalismo non debba limitarsi a produrre contenuti, ma debba educare i lettori a leggere criticamente i contenuti, propri e altrui.

L’intervista a Lembo va letta anche così: non è solo una testimonianza, ma una lezione aperta di educazione ai media. In particolare:

mostra come riconoscere i segnali della mala informazione (omissioni, deformazioni, asimmetrie di trattamento);

spiega quali sono i costi umani, professionali, economici che ricadono su una redazione quando decide di non piegarsi;

invita il pubblico a non fermarsi alla superficie del conflitto (“c’è polemica tra X e Y”), ma a interrogarsi sulle strutture che rendono possibili certi attacchi e non altri.

In questo senso, l’intervista non è solo difensiva (“Betapress è stata attaccata”), ma profondamente propositiva: fornisce strumenti di lettura. È un’estensione audiovisiva del progetto del libro: usare il giornalismo non solo per raccontare il mondo, ma per rendere leggibili i meccanismi con cui il mondo viene raccontato.

Betapress come “caso di coscienza” della libertà di stampa

Alla luce del quadro teorico del libro, la vicenda Betapress e le riflessioni di Lembo assumono una portata che va oltre il singolo episodio. Diventano un caso di coscienza per chiunque si occupi seriamente di libertà di stampa.

Almeno tre domande emergono con forza:

Che cosa resta della libertà di stampa se chi è indipendente viene sistematicamente reso fragile?
La libertà formale esiste, ma una libertà esercitabile solo da chi è parte di grandi conglomerati mediatici, sostenuti da poteri economici e politici, è una libertà monca. Betapress mostra che la vera cartina di tornasole non è la sopravvivenza dei grandi, ma la possibilità per le realtà piccole e medie di resistere ai colpi.

Quanto pesa l’etica nella valutazione sociale dei media?
“Ne uccideva più la penna che la spada” insiste sull’urgenza di reintrodurre il criterio etico nel giudizio sui media. Non basta chiedersi “chi è più potente o più seguito”, ma “chi esercita il potere informativo con maggiore responsabilità verso i deboli, verso i minori, verso le verità scomode”. Betapress e l’intervista a Lembo incarnano un tentativo di spostare il baricentro del giudizio in questa direzione.

Che ruolo hanno i cittadini-lettori in questo equilibrio?
Il libro e il video convergono su un punto: se il pubblico premia solo la superficialità e la semplificazione aggressiva, la mala informazione vince. Sostenere Betapress, ascoltare interviste come quella a Lembo, non è un gesto di simpatia personale, ma un atto di cittadinanza attiva: significa riconoscere valore a un modo diverso di fare informazione e, di conseguenza, contribuire a renderlo sostenibile.

Dalla “penna” alla rete: continuità di una metafora

Il titolo del libro – “Ne uccideva più la penna che la spada” – ricorda che la violenza simbolica può essere più devastante di quella fisica. Oggi quella “penna” ha cambiato forma: è un algoritmo di indicizzazione, è un titolo tendenzioso, è un silenzio calcolato, è un attacco coordinato sui social.

Betapress si trova esattamente in questo crocevia:

è una testata che utilizza gli strumenti digitali per allargare lo spazio del pensiero critico;

è, al tempo stesso, esposta alla possibilità che gli stessi strumenti vengano usati per isolarla, distorcerla, colpirla.

L’intervista a Ettore Lembo mostra che il problema non è “tecnologico”, ma profondamente culturale ed etico: gli strumenti sono neutri, ma possono diventare “spade” o “penne che uccidono” a seconda di come vengono impiegati. Il libro e il lavoro di Betapress propongono l’unica via credibile: riportare al centro la responsabilità.

Un triangolo virtuoso – libro, intervista, testata

Guardando insieme il libro “Ne uccideva più la penna che la spada”, l’intervista a Ettore Lembo e la vicenda concreta di Betapress, si può cogliere un triangolo virtuoso:

il libro offre la grammatica concettuale per comprendere il potere e i pericoli dell’informazione;

l’intervista traduce quella grammatica in narrazione viva, in testimonianza, in analisi situata;

la testata Betapress resta il luogo in cui, giorno per giorno, quelle idee vengono messe alla prova nella pratica giornalistica.

Difendere Betapress dagli attacchi non significa blindarla da ogni critica, ma riconoscere la legittimità e il valore di un progetto che ha scelto di stare dalla parte di un’informazione che educa, problematizza, scava in profondità.

In un tempo in cui la mala informazione appare come il vero “potere morbido” che attraversa la società, la combinazione tra una riflessione teorica rigorosa (il libro), una testimonianza lucida (l’intervista) e una pratica quotidiana coerente (Betapress) rappresenta una delle poche risposte all’altezza della sfida.

Se “ne uccideva più la penna che la spada”, oggi possiamo dire che solo una penna usata con coscienza, come quella che il libro e Betapress rivendicano, può restituire alla società la capacità di difendersi da chi l’informazione la usa per colpire, invece che per illuminare.

di Josef Nardone  

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